lunedì 5 dicembre 2016

Il mio Fidel

Pioveva. Per meglio dire: piovigginava ieri sera. Nonostante questo, con Emanuele avevamo deciso di andare a bere qualcosa in un locale vicino a Linea. Chiacchiere tranquille. Birra. Cicartici. Perché intorno ai cinquant'anni parli di cicatrici e dei cerotti che metti. Poco altro. La mattina ero andato con Yeislany a ritirare la nostra sentenza di divorzio. Due amici io e lei. Poi le avevo detto di tenere lei quei fogli perchè il mio zaino era pieno di olio. I miei soliti casini. Moto mezza rotta, lasciamo perdere. Lei mi aveva detto che se per Natale non avevo programmi potevo passare la vigilia da loro. Io non avevo programmi. Neanche per il pomeriggio, figurati. Pioveva. A tratti. Io ed Emanuele bevevamo in una giornata così. Poi una ragazza è scoppiata a piangere. L'ho seguita con lo sguardo e si è nascosta nel retro. Hanno abbassato la musica e ci hanno detto di pagare in fretta perchè era morto Fidel. Dovevo immaginarlo. Pioveva. Ed era finito qualcosa di privato e qualcosa di pubblico insieme. Per me. Per Cuba. Allora io ed Emanuele abbiamo preso la mia moto e siamo andati a vedere L'Avana. Era notte. Il Malecòn, poi calle 23, La rampa. Abbiamo deciso di lasciare la moto e di andare a piedi. Non sapevamo bene cosa stessimo cercando. Forse anche soltanto qualcuno che condividesse con noi quella nuova cicatrice. L'Avana mi ha dato una nuova lezione di eleganza. I locali hanno chiuso uno ad uno, lentamente, in silenzio. Si sono spente le luci e la gente ha bevuto l'ultima birra chiacchierando a voce bassa. Ho pensato che la notizia era quella. Un'epoca che si chiudeva nel silenzio, fuori e dentro di me. Poche parole da dire. Poca voglia di dirle. Pochi slogan. Passare e ripassare sul palato il sapore delle cose che vanno come devono andare e poca voglia di ricamarci sopra. Nel 1995 ho incontrato per la prima volta quest'isola. Nel 1995 ho incontrato per la prima volta questa Rivoluzione e una donna incredibile. Le due cose non si sono mai separate. Fino a ieri. Cuba che era Fidel e Fidel che era Cuba. Un altro legame inseparabile. Credo che sia stato un genio. Uno dei pochi. Con lui ho imparato un comunismo virile, incredibilmente lontano dai salotti italiani che mi davano la nausea. Da lui, dal suo popolo (è una ridondanza) ho imparato che il comunismo è coraggio e cultura, è forza e riflessione, è schiena dritta e amore. Questo mi ha insegnato Fidel, questo ha insegnato al suo popolo. Questo mi hanno insegnato le mie donne cubane. Yeislany, e poi Dalia e poi Mabel. Da sempre non riesco a separare il privato dal pubblico e da sempre questa continua sovrapposizione mi ha fatto amare in modo viscerale questo luogo e queste donne. Le riflessioni strettamente politiche mi interessano il giusto, oggi. Oggi andiamo avanti con le ossa rotte, ossa rotte pubbliche e private. Vorrei passarlo con loro, tutte loro, questo capitolo che si chiude. Pioveva. Piovigginava. Io ed Emanuele siamo tornati a casa tardi. Un'altra birra e poi un 'altra. L'imbarazzo di dire cose scontate. Era nell'aria, certo. Ma poi le cose nell'aria fanno male come quelle inattese.
Alzo un pugno forte dentro di me per salutare il mio Fidel e insieme a lui gli amori che hanno dato un senso alla mia vita. Muoiono insieme. Ma gli amori non muoiono mai.