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I LIBRI DI ALESSANDRO ZARLATTI

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venerdì 29 novembre 2019

In ricordo di Franco Cardellino


Oggi, venerdì 29 novembre mi trovo a parlare di Franco Cardellino al passato, a ricordarlo, a denunciare la sua perdita e mi sembra assurdo. Ieri ho trascorso la sera alla funeraria di Santos Suarez in quello strano rituale del velorio cubano ad un morto. Passavano persone, amici, parenti, conoscenti, curiosi. In altre sale la gente si ubriacava, gridava, passavano donne con un velo bianco sulla testa perché non gli "entrasse il morto". Frasi smozzicate sui fatti, frammenti di un racconto orrendo e irripetibile.

Mercoledì, alle sette di sera, mentre Samuel, il figlio, stava esercitandosi al piano e Franco stava facendo una siesta è entrato un uomo per rubare. Samuel se ne è accorto. Quest'uomo gli ha lanciato uno zaino addosso e ha fatto per scappare. Si è svegliato Franco e gli è andato contro. Quest'uomo aveva un coltello e lo ha usato. Lo ha centrato due volte all'addome, lo ha colpito per ammazzare. Samuel ha visto tutto. Poi la corsa all'ospedale. Un'operazione lunghissima. Non c'è stato nulla da fare.
Sabato eravamo a cena insieme. Era un po' che non ci vedevamo. Ognuno assorbito nelle proprie traiettorie. Ogni tanto una telefonata. Una pizza a Centro Habana. Mi piaceva vederlo sereno con Marlene, la loro storia, il loro amore giovane, certe occhiate, certe intese. Franco aveva avuto momenti peggiori dove aveva perso la voglia di vivere e di andare avanti. Adesso no. Era contento. Sereno. Abbiamo parlato del passato. Di quando avevamo fatto cose insieme. La presentazione del mio primo libro dove aveva fatto una lettura magistrale di un mio racconto, poi le sue performance in qualche settimana della cultura già troppo lontana. Aneddoti. Ti ricordi quel tale? E quell'altro dov'è finito? E Emanuela? E Pietro? Chiacchiere. E tuo figlio? E tua figlia? Gli era tornata la voglia di fare qualcosa. Abbiamo fantasticato per un po' su possibili scenari. Teatro. Ti va di scrivere qualcosa? Ce l'hai? No, Fra', non so scrivere per il teatro, ma magari qualcosa m'invento. Poi abbiamo parlato di bestemmie. Flabia ne ha detta una che io dico sempre. Abbiamo riso. Aveva quella cortesia piemontese, quel garbo, che lo faceva bello e incisivo. Mi ha detto di essere ateo. Anch'io, gli ho detto, figurati. Parlandone dopo, con Flabia, avevamo notato una minima, quasi impercettibile onda di tristezza, forse malinconia. Gli anni. Ha parlato degli anni che passano. Del fatto che non ha forze per cambiare di nuovo. Ho fatto una vita che non prevedeva la pensione, quindi a Cuba ci muoio. Nessuno sapeva quanto fosse vicino quell'epilogo. Ci siamo salutati con la promessa di rivederci oggi, venerdì con qualche idea. Franco, se mi viene un'idea la mettiamo su e facciamo uno spettacolo. Chi glielo dice oggi che un'idea mi era venuta? Che domenica avevo scritto una decina di righe per un pezzo teatrale che lo immaginava protagonista? Magari una cazzata, ma era un'idea per fare di nuovo qualcosa insieme.
Caratteri di merda, io e lui. Una volta, quattro anni fa, abbiamo anche scazzato di brutto. Mesi senza parlarci. Poi, come succede alle persone con caratteraccio ma intelligenti ci siamo ritrovati. Forse quel carattere che lo ha portato a inseguire quel poveraccio. Perchè l'hai inseguito? Lascialo andare, che te ne frega. È molto più bella la vita. Quante volte l'ho pensato ieri? Quante volte lo abbiamo pensato?
Franco era un attore davvero bravo. Spaziava in un repertorio vastissimo dal mimo, al drammatico, al comico. La sua capacità interpretativa evocava tutto il meglio della nostra cultura, da Fregoli, a Dario Fo, dalle maschere del cinema muto al teatro sperimentale. Mi piaceva molto come attore. E lo aveva fatto in Italia per tanti anni, poi a Cuba. Sempre in quella stradina sottile che cerca di mettere insieme, di mettere in ordine - e non sempre ci riesce - la vita pratica con la vocazione. È la storia di tutti.
Ah, Franco era soprattutto un grande padre. Sul serio. I dettagli privati non si dicono. Ma lo era. Pochi anni fa mi ha raccontato con gli occhi lucidi del progetto di viaggio che aveva con Samuel: in camper per fargli conoscere l'Europa. Era tutto quello che voleva. L'hanno fatto quel viaggio per fortuna. Ed è stato un racconto che gli ho visto fare con una soddisfazione senza ombre.
Bisogna abbracciarli forte i nostri figli, sempre, perchè non si sa mai quale sarà l'ultimo abbraccio.
Scrivo questo per ricordarlo, perché questa notte ho sognato sogni di merda e perchè voglio che non si abbassino le luci su questa vicenda orrenda. Voglio, vogliamo tutti, che la polizia cubana (nella quale crediamo e a cui ci affidiamo) faccia tutto, ma proprio tutto il possibile per fare giustizia. Franco era un bell'italiano, ma prima ancora una bella persona e si merita almeno un minimo di giustizia in terra, visto che lui, come me, di quella celeste nutriva legittimi dubbi.

1 commento:

  1. Ho sempre avuto difficoltà a gestire il dolore degli altri. Lo seno come se fosse mio. Sento le ingiustizie sugli altri ancora più forti di quelle che capitano a me. Avrei voluto conoscerlo. Avrei voluto meritarmi la sua amicizia, abbracciarlo, conoscerlo come persona. Posso solo mandarti il nostro abbraccio forte.

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