lunedì 30 aprile 2018

Roma club Cuba


Roma Club Cuba
Sta lì da mesi. Gli giro intorno. Ogni tanto lo osservo con la coda dell'occhio ma poi faccio finta di guardare altrove. Mi avvicino e scappo. E' una lista molto lunga che subisce modifiche quasi quotidiane, aggiunte, cancellazioni. Mentre lui è lì, paziente, che mi guarda de mesi pronto ad essere svolto. Non è mai il momento giusto, come quello per iniziare una dieta o per smettere di fumare.
A volte mi dico: "Adesso, adesso è il momento, abbiamo vinto e perciò sull'onda d'euforia..." Altre volte è esattamente il contrario: "Ecco, proprio dopo una sconfitta così potrebbe essere utile parlarne, ritrovare tutte le ragioni di questa passione...". Ecco, invece oggi, in questa terra morta, tra una vittoria leggendaria (eliminazione del Barcellona) e questa sconfitta cocente (il solito Liverpool) penso che abbia un senso togliere dalla lista d'attesa questo tema e svolgerlo: Il Roma Club Cuba. Quando vivi lontano dalla tua città e non sei Tiziano Terzani che soffoca ogni malinconia con un bel saluto al sole o con la posizione dell'albero, il club calcistico per cui fai il tifo assume dimensioni interiori molto più grandi del normale. Una specie di neoplasia che ti cresce dentro e che chiede solo di essere agita attraverso cori leggendari, memorie da curvaroli, anatemi, giri linguistici dialettali che non sarebbero chiariti neanche da una nuova versione della stele di Rosetta. Si diventa più romani ancora, si affonda in questo gorgo irreale fatto di sovrapposizioni continue: i filetti di baccalà di viale Trastevere che sorpassano Renato Portaluppi e le mille troie che ha frequentato in un annetto scarso; quel gol commovente di Dibba in Roma Avellino e il complicato inserimento a Roma di Rogelio Vagner che per sei mesi ha mangiato soltanto banane; Giuliano Musiello che viveva in roulotte e il coretto indimenticabile dedicato ad Ottavio Bianchi che faceva così: "Ottavio Bianchi pelato, la Roma c'hai rovinato, è solo colpa tua, elimortacci tua!".


Tutto questo (e molto, molto di più) avviene qui, a Cuba, ai Caraibi, lontano da tutto, nel Roma Club Cuba. Per me è il vero valore aggiunto del vivere all'Avana. Dico davvero. Non so come avrei fatto senza di lui. Mi sarei ficcato in qualche hotel a vedere le partite della Roma e a rovinarmi la salute facendo finta di essere sportivo riconoscendo le ragioni degli avversari. Avrei dovuto sostenere conversazioni sul calcio con cubani che, li adoro, non me ne vogliano, ma di calcio non capiscono nulla. Al Roma club Cuba siamo romanisti. Ed è quello che conta, quello che basta. Fabio, il presidente e il padrone di casa, di gran lunga il più malato romanista a queste latitudini, apre ogni volta le porte della sua casa per ricevere questa orda di malati. Orari pazzeschi, dei fantastici Roma-Crotone alle sei del mattino di domenica, dei Sassuolo-Roma surreali, facce cispose, lunghi silenzi e poi tutti uniti in un insulto convinto a Juan Jesus. Certe volte, quando nessun canale trasmette la Roma, finiamo per vedere tutti insieme quella trasmissione immonda di Rai International che è la Giostra del gol condotta da figuri che ognuno di noi credeva morti negli anni 70. Non importa, si tifa sempre e, anzi, diventa l'occasione per affondare il coltello nei ricordi più impolverati: tronconi di interviste lontanissime mandati a memoria;  formazioni impresentabili eppure presentate per campionati interi; scoop, pettegolezzi. Siamo tutti molto diversi, facciamo cose diverse qui a Cuba, ma è l'aspetto meno importante. E' il bello di una situazione così. C'è uno zoccolo duro di una quindicina di persone, romanisti stanziali irriducibili, e poi visite di romanisti in viaggio che non riescono a credere ai propri occhi quando atterrano in questo pezzo di Olimpico tropicale. Si grida, si soffre, si fuma, si mangiucchia, si esulta come pazzi e alla fine, quando si vince, Lando Fiorini ad altissimo volume con il suo strepitoso "Semo Romani, ma romanisti de più...". Non c'è niente da fare, puoi andare ai Caraibi, in Australia, sulla luna, ma ti mettono due note di Lando Fiorini e stai lì con le lacrime agli occhi, sciarpa aperta, insieme a una dozzina di tuoi coetanei, imprenditori e professionisti rispettati, a cantare a squarciagola come non ci fosse un domani. Non so cosa sia. Credo sia inspiegabile. Credo riguardi soprattutto quelle squadre che hanno una forte identificazione con una città. Roma, Napoli, Genoa, Fiorentina, Milan, Torino. La squadra diventa identità e i ricordi non sono più ricordi soltanto di un club calcistico ma di una città, di un modo di essere al mondo. Da questo punto in poi è difficile tradurre in parole. Lo sappiamo noi che vuol dire. Quanto ossigeno ci dà quel Roma Crotone. Quanto è importante stare lì tutti insieme per la partita “fondamentale” col Benevento. Risentiamo tutti, ognuno a modo proprio, l'odore di tabacco delle gradinate, le battute volgari di qualche genio dell'infanzia, nostro padre, nostro fratello, risuoniamo tutti di cose banali, da niente, dello speaker degli anni 80 che gracchiava "Per l'arbitro distratto, per il vicino che scoccia, Bernabei, il primo ottico del corso...", o l'intervista di Agostino che diceva "vogliamo entrare in porto con il vessillo". Quante volte l'ho ripetuta nella mia testa quell'intervista? Mille, duemila volte? E Totti, e il principe, e il barone, e il bomber, e il divino. In quella cucitura indivisibile tra Roma e la Roma. Non finiremo mai di tesserla. Neanche qui, al Roma Club Cuba. Partita dopo partita. Fino alla fine.
Scritto di Alessandro Zarlatti
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