giovedì 26 novembre 2020

Diego Maradona

 

Se le persone, soprattutto i giovani, non hanno compreso la differenza abissale che c'è tra Maradona e i vari Ronaldo, Messi, Ibrahimovich, Zico, Pelè, Platini, ecc., vuol dire che non capiscono un cazzo. Di calcio, ovviamente, ma più in generale della vita. Quelli hanno giocato a calcio, Lui ha fatto arte. Se le persone continuano a salutarlo oggi scrivendo frasi del tipo: "non giudico l'uomo, piango il campione", o "non condivido la sua vita ma era un grandissimo giocatore", vuol dire che non hanno capito bene la cifra artistica di Diego Maradona. Io l'ho visto dal vivo solo una volta in un Roma Napoli del 1986 dove perdemmo  uno a zero e dove la mia squadro opponeva a fenomeni come Maradona e Giordano, fuoriclasse del calibro di Manuel Gerolin, Klaus Berggreen e Ciccio Desideri. Insomma, un suicidio. Lui giocò una partita svogliata ma non rinunciò a nascondere la palla per novanta minuti a quella manica di pippe che aveva di fronte e a segnare un gol. Poi l'ho solo adorato. L'ho adorato in una dimensione che trascendeva lo sport. Io non amo il calcio. Io amo la Roma. Io non vedo partite che non siano della Roma perchè il resto mi annoia. Per me il calcio è sublimazione del conflitto e quindi tale definizione del gioco, partorita da Freud se non sbaglio, la prendo maledettamente sul serio. Il calcio è guerra ed è quello che muove milioni di persone. Guerra senza morti né armi ma ne ha tutti gli elementi identificatori e conflittuali. In Italia ancor di più, ecco perché possiamo essere definiti malati di mente. In ogni modo, Maradona sparigliava con tutto. Introduceva in modo definitivo l'elemento artistico. Il genio. Se si scorre la storia della letteratura si scopre che il sacrificio verso il bello prevede quasi sempre un'immersione nelle ombre di noi stessi. Probabilmente un geometra di Voghera per realizzare una planimetria impeccabile non ha bisogno di affondare le mani nella merda, di drogarsi e di macinare puttane come bruscolini. Un artista sì, non sempre ma spesso. È il contrappunto immancabile di chi sceglie (sceglie?) di congelarsi in una fase anale permanente e di pagarne il prezzo. Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmè facevano a gara a chi si drogava di più, a chi scopava in maniera più creativa e sono morti bambini. Edgar Allan Poe era alcolizzato. Chandler pure. Scott Fitzgerald pure. Hemingway pure. Bukowski... di che parliamo. Dickens si nutriva di oppio, Victor Hugo di Hashish e Stevenson amava i cocktail di cocaina e morfina. Sartre scriveva sotto mescalina ed anche Elsa Morante aggiungeva l'Lsd alla sua dieta mediterranea. Alcuni titoli di sue opere portano le tre lettere Lsd (esempio "La sera domenicale") in omaggio al suo passatempo. Stephen King ha scritto "Cujo" non proprio lucidissimo e Shakespeare si faceva le canne. Moccia probabilmente non si droga. Vorrà pur dire qualcosa. In ogni modo, la lista è lunghissima e quelle vite, quell'immancabile stazionamento nei vari gironi dell'ombra di se stessi è parte integrante dell'opera. Non è un "genio nonostante" ma un "genio e basta, con tutti gli effetti collaterali della genialità". Ecco, e questo che c'entra con Maradona? C'entra totalmente. Lui è stato genio ed artista di altissimo livello e per essere Maradona dovevi essere TUTTO Maradona. Dovevi avere quel clan meraviglioso dei Coppola e del suo manager Cyterszpiler (che se non sbaglio si è tirato di sotto da un quarto piano recentemente), dovevi avere uno stuolo di fratelli impresentabili sempre dietro, un codazzo di papponi e camorristi, numeri a quattro cifre di puttane, figli disseminati per il pianeta come un donatore di sperma, abbigliamenti inverosimili (se non sbaglio si presentò ad una trasferta in Russia, tramortito dopo l'ennesima notte in bianco, su un aereo privato e sbarcò con una pelliccia meravigliosa degna di Andy Wharol o di Rita Pavone), dovevi indossare oro a non finire, orecchini, come un malandrino dei quartieri spagnoli, dovevi essere eccessivo in tutto. Per essere Maradona, per arrivare a certi vertici della bellezza non potevi giocare a Dortmund, dovevi mettere il tuo cesso nel centro di Napoli. Dovevi stare nel ventre più profondo di quella che credo sia la migliore città del mondo, tra la migliore gente del mondo. E poi, per essere Maradona, dovevi essere ricco sfondato (credo lo sia stato) ma stare sempre, essere forse, sempre un poveraccio dentro, con la terra della periferia polverosa di Buenos Aires ancora attaccata alle dita, ineliminabile. Un artista. Di Maradona a Cuba ne so tante e di prima mano che evito di riferire, ma credo di sapere che Fidel lo abbia accolto e protetto perché sapeva bene di accogliere un artista. Lui, colto e amico fraterno di Marquez, lo sapeva. E sapeva bene che gli artisti, quelli veri, sono dei disadattati. Non sanno stare al mondo. Sono la loro arte e poi dei bambini in tutto il resto. Maradona è campato troppo. Doveva morire verso i 45 anni. Questo penso. Tutta la sua vita lo portava là. L'adattamento di un'opera d'arte a due zampe in un contesto che non sia un campo di calcio è impossibile. Maradona commentatore faceva cacare; come allenatore era un disastro (che gliene fregava a lui degli schemi e poi vaglielo un po' a insegnare a un signor nessuno come si fa a dribblare un'intera squadra), come uomo maturo e sereno faceva acqua da tutte le parti. Deve averlo capito anche lui, che stava perdendo tempo, che era morto già prima. Come ogni artista ci ha lasciato un'opera che lo sopravviverà e che avremo tutti ancora negli occhi finché camperemo. Proveremo a raccontarla, ma non sarà facile. Hai fatto bene ad andartene, immenso.

1 commento:

Biagio ha detto...

Nulla da aggiungere a questo bellissimo articolo, se non che, i geni di qualunque arte, devono giocoforza essere "sprovvisti" di freni inibitori.