giovedì 30 agosto 2018

Cuba in 4 canzoni



Qui in vacanza, con il tempo rallentato da una cadenza diversa, dalla pigrizia di letture infinite, di passeggiate sfaticate, di chiacchiere panoramiche, di tuffi che sembrano cedimenti o abbandoni. Qui, ogni tanto mettiamo qualche musica di sottofondo. Qualcosa che accompagni soltanto, niente di più. Accendo il computer e provo a scrivere. Penso a questo paese. Quando accendo il computer e spengo tutto il resto mi sembra di poterlo vedere meglio, di metterlo a fuoco.
Sollecito spesso me stesso sul principio di conoscenza. Lo faccio qui a Cuba dove sono chiamato quotidianamente a confrontarmi con domande tipo: "cosa vuol dire conoscere un paese?", "cos'è Cuba e la cubania in poche parole?", "esiste un principio fortemente sintetico che dica in due parole l'essenza di questo popolo?". Non lo so. Mi viene in mente una storiella buddhista che ricordo in modo frammentario ma che comunque aveva a che vedere con la natura ingannevole delle nostre pretese di conoscenza. Se non ricordo male, nella storiella diverse persone cieche venivano portate di fronte ad un elefante. La prima toccava con le mani una zampa e diceva: "Sono sicuro, un elefante è come il tronco di un albero"; un altro toccava la coda e diceva: "No, no, ti sbagli, un elefante è sottile e flessibile come un giunco..."; il terzo toccava un orecchio e diceva: "vi sbagliate, un elefante è piatto come una foglia di banano...". Che voglio dire con questo? Che - scendendo un po' di livello - osservo sempre definizioni parziali di questo paese. Punti di vista minuscoli che presumono di essere la chiave di lettura universale di una cultura. Chi non è interessato a Cuba, o lo è solo marginalmente, può dire: vabbè, pazienza. Invece siamo qui perché a noi questo paese piace molto, ci ispira in molti sensi, lo vogliamo consumare lentamente, un morso alla volta, come un mango maturo. E allora mi domando quale sia quel punto di vista che mi possa far definire in modo sintetico l'elefante per quello che è davvero. Ho la musica di sottofondo adesso che si prende la scena della mia attenzione. Flabia ha messo Polo Montañez e in un attimo mi vengono le lacrime agli occhi. La musica, certo! Perché non ci avevo pensato? Molto più chiara di pagine e pagine piene di date e di nomi. Un lampo rapidissimo che ti illumina un'intera vallata. Forse le visite guidate hanno un senso, non lo so, ma mi sembrano così lontane da Cuba quelle peregrinazioni in pullman, così distanti, che mi verrebbe voglia di fermare la carovana e dire: date i soldi a me, fidatevi, e venite in camera mia che vi faccio ascoltare le canzoni giuste. Mi strazia pensare a quelli che si formano la propria visione di Cuba sugli spalti del Tropicana o fra i tavoli del Bolavana. A quelli che tornano in Italia con quelle quattro certezze che hanno la forma di un souvenir standard, una palla di vetro che se la giri fa anche la neve. È come andarsene da Roma dicendo: i romani sono tutti centurioni fuori dal Colosseo e rimorchiatori compulsivi di straniere. Oggi, qui, agosto 2018, a questo punto della mia visita in questo universo - e potrà cambiare tutto già domani - posso dire con sicurezza che Cuba è un paese radicalmente malinconico. Potrei dire triste, ma non lo dico. Perché è una tristezza che sprigiona la malinconia e la tristezza produce quasi solo depressione, mentre la malinconia, a volte, quando il vento è a favore, diventa creativa. Le piume, i balli sfrenati del Tropicana, la superficiale spensieratezza, il giorno per giorno, sono l'inchiostro di un polpo che sa come compiacere l'ospite. Sa cosa lui vuole vedere e glielo sbatte in faccia. Un po' come i centurioni scoglionati che bazzicano intorno al Colosseo. Vuoi l'antica Roma, vuoi ste cazzate distanti 2000 anni? Ecchite Rolando Mericoni conciato da centurione a svoltasse la pagnotta. E qui, a Cuba, che vuoi? Cosa cerchi? Il cubanito tutto ballo e ritmo nel sangue? Eccolo! La cubanita pepata, scapestrata, tutta sensualità e profumi? Ecco a lei! Cosa vuoi, una piccola appendice  fuori tempo degli ambienti fumosi di Graham Greene, rum, micro illegalità, troiacce e cessi maledetti? Te ne tiro su a decine, se ti piaccio così. Bene, e cosa proponi, allora, Alessandro? Non lo so. Vorrei evitare l'atteggiamento di quello che la sa lunga. Di quello che dice: no, aspè, di Cuba so tutto io che ci vivo, mentre tu non sai niente. No, cerco di non caderci. Propongo un percorso che per me ha un senso. Se non altro un percorso gratuito per il quale non si devono versare ettolitri di sudore facendo file allucinanti, immersi in quello strano cocktail di immagini stereotipate e ascelle crudeli. Si può fare restando seduti, chiudendo gli occhi, lasciandosi portare.
La musica, dicevo. Ecco, per me è più esplicativa una canzone, o, ancor meno, il passaggio di una canzone se compreso fino in fondo, che un intero viaggio. Immagino che i tour operator facciano la hola di fronte a questa mia affermazione... Quattro canzoni di quattro cantanti cubani diversissimi. Chiaro, niente di dittatoriale, si può poi spaziare nel repertorio di ciascun autore, ma queste quattro canzoni sono per me, oggi, la rappresentazione più fedele e completa di questo mondo. Dunque, iniziate a scaricarvi "Como si el destino" di Francisco (Pancho) Cespedes. Fatto? Chiaramente nessuna istigazione all'illegalità. Scaricate, nel senso di pagate, come facciamo tutti :-), le canzoni da ascoltare. Io lo faccio sempre e sono anche alto un metro e novanta ed ho 25 anni. Dunque, mettete questa canzone. Chiudete gli occhi. La distanza. L'abbandono. La vita dei cubani si costruisce sull'abbandono. Non vado ad estendere troppo il concetto ma i cubani lo sanno. Non c'è un cubano che non abbia in dotazione una lontananza, uno struggente desiderio di colmarla e il presentimento di non potercela fare. Niente di più. Niente di meno. E questa canzone te lo racconta, come mille altre, certo, ma questa lo racconta a me. Poi, tornate sul vostro programma di musica a pagamento e scaricate la canzone "Hoy mi deber" di Silvio Rodriguez. Dunque, Silvio è stato per me il primo, il secondo, il terzo e il ventottesimo amore. Attraverso lui ho imparato ad amare questo paese. Ha scritto almeno 100 canzoni incredibili. Anche molto più famose di questa, che ti strappano la pelle, che sono una lezione permanente di poesia, dove Bob Dylan dovrebbe mettersi seduto a prendere appunti, i Beatles a lavare i piatti in rosticceria e Mick Jagger a muovere le chiappe in un cronicario. Un intellettuale profondissimo che descrive spesso questa costante doppia anima di un cubano tra i tumulti della vita privata e il coraggio di una rivoluzione, in questo doppio binario dove mettere il cuore, sempre. Perché i migliori momenti di questa rivoluzione, per me, sono stati quelli dove il primo leader, come l'ultimo contadino, hanno messo nei propri compiti il cuore ruggente dei migliori amori. Questa canzone parla di questa anima profondamente cubana, di questa dicotomia: coraggio e cuore. Rivoluzione e abbandono. Mi sembra abbastanza. Bene, passiamo a qualcosa di più recente (cavolo, mi sento uno speaker radiofonico di quart'ordine). Parlo del gruppo Buena Fe. Israel, il suo vocalista, paroliere e leader, è un genio della musica. Colto e intelligente, mi ricorda molto Giuliano Sangiorgi. Entrambi vivono in un mondo colonizzato musicalmente dalle compagnie americane e quindi sentiamo molto parlare di qualche cialtrone analfabeta americano ma non di loro. Un intellettuale che canta e che ha sempre attraversato il pasillo angusto del comunista moderno che "vuole cambiare tutto quello che deve essere cambiato" ma vuole rimanere con i piedi ben piantati nella sua rivoluzione. Molti giovani cubani, quelli che pensano, non i pingueri di plaza de la Catedral, hanno costruito nelle maglie delle sue canzoni il tessuto della propria vocazione rivoluzionaria. Si chiama "Bolero sangriento" ed è una canzone recentissima. A differenza di altre non parla di impegno politico ma di un fatto tragicamente privato. Ti fa fare un passo dentro la vita vera dei cubani, ti fa entrare dentro quelle porte che ti affascinano ma che non oltrepassi quando sei sul pullman. Cosa c'è dietro? Cosa c'è dietro quei sorrisi? Ecco, per esempio ci sono queste voragini profondissime di poesia, quelle che non ti aspetti. I giovani cubani sono questo. La vera creatura, quella bella, di questa cultura è in queste parole. Non è il tassinaro che cerca di estorcerti i dollari, o il pappone che vuole venderti sua sorella. Ascolta, cerca di tradurre. Lasciati portare.
Finisco con quella che credo sia la canzone più cubana di sempre. È di Polo Montañez, un carbonero de Las Terrazas, quasi analfabeta e poverissimo. Aveva una chitarra e basta. Una baracca, molto rum da bere e un genio gigantesco senza filtri e sovrastrutture. Uno capace di scrivere una canzone come "Si yo pudiera" potrebbe fermarsi là e tirare a mare la chitarra, sua nonna, la sua vita intera. C'è tutto. È una canzone che va ben al di là della cubania. È quella che ciascun uomo vorrebbe cantare al cielo. All'Avana come a Helsinki come a Kyoto. Procuratevela, vi prego. C'è un equilibrio irripetibile tra semplicità e forza, disperazione e speranza, prospettiva e impotenza. C'è tutta Cuba, secondo me. Tutta. Perché pensandoci adesso, la Cuba che mi piace è così poco tipica, così poco esotica, che sembra un laboratorio ancora aperto delle emozioni di tutti, nessuno escluso. Basta solo trovare le chiavi giuste. Le parole di una canzone, ad esempio. E ti sembra di tornare a casa.

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