lunedì 26 novembre 2018

Difendere Cuba



Sono un paio di mesi che non scrivo su questo blog. Avevo poca voglia e pochi temi che mi interessassero davvero. Ogni tanto mi mettevo lì con un titolo, cominciavo a scrivere ma subito mi sembrava un'operazione obbligata, una specie di compito ed io e i compiti non andiamo d'accordo. Per altro verso sono andato avanti col mio lavoro, con la mia vita, con questa porzione d'autunno che è sempre percorsa da una corrente sotterranea di preoccupazione.
Periodo ciclonico. Ti ritrovi lì ad osservare le mappe del Caribe e ti improvvisi meteorologo, quando smetti per un attimo di essere esperto in disastri, o, che ne so, master in maremoti. Comunque ci sono altre storie che mi hanno tolto la voglia di parlare di frivolezze. Mi sembra importante di questi tempi pensare a quello che conta. Mai come adesso mi sento cubano. Profondamente legato a questa rivoluzione e a questo paese. È un periodo difficile ma mai come adesso sto capendo cosa voglia dire essere cubano e rivoluzionario. Mai come adesso sento l'assedio totale che questo paese vive da sessant'anni sulla propria pelle, giorno dopo giorno, rinuncia dopo rinuncia. Sessant'anni e una rassegna di guitti cialtroni e cafoni che si succedono, in una specie di rassegna circense, cercando di soffocare l'unico progetto politico serio attualmente presente su questo pianeta. Inutile dirlo: tutto il resto è monnezza. Variazioni di una visione economica (e quindi politica), il capitalismo, ormai defunto e tenuto in vita artificialmente da chi impoverisce l'umanità, la ammala, la uccide, la fa combattere, da chi compromette il futuro del pianeta ed è talmente potente da far credere a tutti che è questo il mondo migliore possibile. Sono triste perché stanno smembrando, pezzo a pezzo, un progetto di latinoamerica bello, ambizioso, esemplare. Forse troppo ambizioso e troppo esemplare per durare. Il Brasile che costringe se stesso ad una nuova dittatura squallida e stracciona; il Nicaragua messo sotto pressione dalle collaudatissime forze di sovversione americane; l'Ecuador nelle mani di quel monnezzaro di Lenin Moreno che è disposto a tradire sua madre, sua cugina, il suo Yorkshire, chiunque, per un paio biglietti della finale Nba; il Venezuela assediato da quel figlio di troia di Trump perchè è il giacimento di petrolio più grande del mondo a due metri da casa sua. Punto. È solo questo il problema. Facendo la conta siamo rimasti io, Evo Morales, e due vecchi flautisti degli Inti Illimani. No, vabbè, non proprio. Il compagno Evo regge con tanto di poncho e se non regge, davvero, mi fa talmente tenerezza che me lo prendo a casa mia e me lo coccolo. Il resto è Cuba. E Cuba dobbiamo difenderla. Oggi più che mai. Tutti. Tutti quelli che le vogliono bene. E volere bene a Cuba è volere bene alla Rivoluzione. Cuba è la sua Rivoluzione. È la cosa più fica successa nell'ultimo secolo su questo pianeta. Credetemi, fidatevi, è così. Non state a sentire le stronzate che dicono quattro bottegari di mutande che tornano da Cuba e spiegano la Rivoluzione. E non prendete come oro colato le conclusioni socio-politiche della strappona che avete caricato in discoteca l'altra sera.  La Rivoluzione cubana è una cosa seria e non è da tutti. Non tutti hanno strumenti per capirla. Non è niente di anacronistico, niente di coerente con i commenti dei Minniti, dei Salvini, dei Di Maio, dei Renzi (ammesso che sappiano dove sia Cuba) quando ironizzano affermando che il futuro sia qualcosa di più agile, svincolato da certi baracconi ideologici. Sbagliano. Semplicemente non capiscono un cazzo. Entrerebbero in crisi ideologica se solo gli togliessero il privilegio dell'ingresso allo stadio gratis. Cuba è il miglior paese che io conosca. Il più libero, il più giusto e il più colto. Questo non vuol dire che non ci siano persone stronze, ignoranti, corrotte, infami, false, burocrati ottusi, finti comunisti, veri fascisti, puttane e papponi. No. Ci sono come ci sono in tutti i paesi. Forse un po' meno ma ci sono. Ma Cuba è assolutamente, di gran lunga, quasi senza avversari, il miglior modo di organizzare gli esseri umani nella loro massima dignità, e dandogli le condizioni migliori per essere felici. Amo questo paese come non ho mai amato un paese. Mi sento fortunato a viverci. Privilegiato. Bisogna difenderlo come potremmo difendere la persona migliore che conosciamo. Con attenzione, con amore. Sì, ma come? Boh. Io la Rivoluzione cubana la difenderei fino alla fine, fino alla morte se dovesse essere necessario. Spero non succeda, ovviamente, anche perché ormai sono vecchio e potrei essere un osso duro solo se la battaglia dovesse decidersi a traversone, però io da qui non me ne andrei mai, succeda quello che succeda. Ma senza arrivare a tanto, dobbiamo difenderla dalla cattiva informazione. Cuba ha una pessima informazione. Se siamo italiani dobbiamo raccontare questa bellezza. Dobbiamo sbattergliela in faccia. Raccontare la parte che sta alla luce di questo sistema, la lotta quotidiana della stragrande maggioranza dei cubani per essere un modello. Raccontare di quelli che riescono ad esserlo un modello. Non inzuppare la nostra bruttezza cronica in ogni piatto. Non cercare sempre l'inciucio e l'altra faccia della medaglia come fossero tutti italiani, come se tutto fosse Italia. Noi ormai irrecuperabili e distorti, patologicamente appassionati delle zone in ombra come se dovesse essere solo l'ombra a raccontare la verità delle cose. I medici cubani che vanno in missione sono luminosi,  belli e incredibili. Tra loro ci sarà anche qualche paraculo ma la cosa di per sè è unica, è storica. L'internazionalismo che Cuba mette in pratica da cinquant'anni è bellissimo. La campagna d'alfabetizzazione voluta dalla rivoluzione è una delle pagine più luminose della storia del secolo scorso. Il fatto che un essere umano qui, solo qui, bianco o nero, povero o ricco, abbia la scuola gratis fino all'università se lo desidera e se è bravo, che abbia perfino tutti i libri, le matite, le gomme, i quaderni, il cibo gratis, questo è bello, è unico, è splendidamente comunista. Raccontiamolo. Prima vediamolo bene. Non rispondiamo alla troia di ieri sera per un paio d'ore ma passiamo il pomeriggio a visitare una scuola o un ospedale. Ci siete mai andati? Poveri, certo. Fanno salti mortali per curare senza le medicine negate dall'embargo, e forse nelle camere non ci sono tutti i comfort dell'ospedale religioso italiano, ma almeno qui non si fa carriera leccando culi di vescovi e monsignori e non si è costretti a rifiutare un aborto ad una povera disgraziata per un'obiezione che è una specie di pizzo a quegli stessi culi mai sazi. Per altro verso, se non siete sicuri di quello che raccontate, allora tacete. È meglio. Parlate del fatto che avete trovato una bella camera a cinque dollari in meno, che avete mangiato aragosta con tre dollari, che le cubane vi trovano irresistibili. Parlate di quello.
La Rivoluzione è una cosa seria e noi che la amiamo, che la studiamo, e quei pochi privilegiati che, come me, la vivono, la dobbiamo difendere dall'ombra del mondo. Se la bruttezza si sta impadronendo della nostra mente e delle nostre città, se il suo abbraccio terrificante minaccia di soffocare il nostro orizzonte, il nostro futuro, i nostri sogni, non dobbiamo sporcare questo altro sogno, così diverso, in questa minuscola isola lontana da tutto. Se il vostro orizzonte è Salvini, Trump, Bolsonaro, i muri, i porti chiusi, l'intolleranza, la rabbia, moriteci dentro. La frustrazione di un mondo perdente, di un'idea di mondo perdente, non può alimentare il desiderio che affoghino tutti. Non può. Lasciatela in pace, Cuba. Affogate voi. Davvero. Perchè questa guerra a Cuba sta indebolendo soltanto voi. Cuba trova amici ogni giorno, scontati, inaspettati, vicini, lontani, e anche vecchi guerrieri italiani, con la pressione alta e principi di artrosi, che comunque, con il vento giusto, nella giusta posizione, date le giuste circostanze, un bello schiaffone ve lo danno volentieri.
Posta un commento